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Venerdì, 16 Aprile 2021 17:53

Tra uomo e squalo chi davvero deve temere l’altro? In evidenza

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Selacofobia: letteralmente “paura dello squalo”.  A partire dall’uscita del film “Lo squalo” di Steven Spielberg (fig. 1), a cui seguirono numerosi altri film come, ad esempio, “Blu Profondo” e “L’ultimo squalo”, questa fobia è diventata sempre più comune. Ma chi davvero, tra uomo e squalo, deve temere l’altro?

SQUALI NEL MEDITERRANEO

Il rapporto tra uomini e squali è molto antico. Nel Mediterraneo, per esempio, gli squali venivano pescati e commerciati già 4000 anni fa, nell’età del rame e del bronzo. Sono presenti circa una cinquantina di specie di squali nel Mediterraneo ma solo alcune di esse sono considerate potenzialmente pericolose per l’uomo; tra queste figurano, ad esempio, lo squalo mako (Isurus oxyrinchus), lo squalo bianco (Carcharodon carcharias), il verdesca (Prionace glauca) e lo squalo martello (Sphyrnidae).

Se da una parte la pesca di questi animali nel corso del tempo è andata lentamente diminuendo, almeno nel nostro bacino, dall’altra però l’idea che nell’immaginario comune si è creata circa gli squali è quella sbagliata di un predatore spietato che non riesce a discriminare tra pesci e uomini.

Lo squalo copertina spielberg
Figura 1: Celebre copertina de “Lo squalo” di Steven Spielberg.

Ma è davvero l’uomo a dover temere lo squalo?

SQUALI: LE STATISTICHE SUGLI ATTACCHI

Nato nel periodo tra il 1958 e il 1968, l’International Shark Attack File (ISAF), è un database mondiale che registra gli attacchi di squalo. Nel sito ufficiale dell’ISAF vengono pubblicati annualmente i dati relativi agli attacchi avvenuti nei paesi di tutto il mondo e, quello che emerge chiaramente dall’osservazione di tabelle e grafici, è che la quantità di attacchi annuali è veramente scarsa (spesso neanche un centinaio) e che gli stati maggiormente interessati sono USA e Australia.

Grafico numero attacchi
Figura 2: Grafico che mostra il trend del numero di attacchi di squalo avvenuti a partire dal 1960 fino ai giorni nostri. In blu vengono evidenziati gli attacchi verificatisi negli USA mentre in verde quelli registrati nel resto del mondo.

Esiste poi un archivio, il MEDSAF, che riporta esclusivamente gli attacchi di squalo avvenuti nel Mediterraneo e che completa i dati, che vanno dal 1862 al 1963, già conservati all’interno dell’ISAF. Da un’analisi dei casi storicamente accertati risulta che la maggior parte degli attacchi sia ad opera dello squalo bianco (Carcharodon carcharias), ma altri incidenti sono stati attribuiti ad altre specie, in particolare al verdesca (Prionace glauca) e allo squalo capopiatto (Hexanchus griseus). In generale però, le informazioni note sull’interazione uomo-squalo nel Mediterraneo sono scarse e, sebbene fin dai tempi dell’antica Grecia Erodoto e molti altri descrissero diversi incontri con questi animali, manca un elenco completo nella letteratura disponibile attualmente ai ricercatori. Il MEDSAF ha il compito di colmare questa lacuna e, allo stesso tempo, dimostra attraverso le statistiche rilevate, quanto sia effettivamente basso il rischio di attacco di squalo nel Mediterraneo, rassicurando, almeno in parte, l’opinione pubblica.

LA CRISI DEGLI SQUALI NEL MEDITERRANEO

Quello che dovrebbe destare preoccupazione è, invece, la condizione degli squali nel Mediterraneo: qui, infatti, nonostante i condroitti, ossia la classe di pesci che comprende squali, razze e chimere, siano ben rappresentati, con 47 specie di squali, 38 di razze e 1 di chimere, è risultato da una valutazione recente effettuata dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature) che circa il 43% di questi animali è gravemente minacciato. Entrando più nel dettaglio, come si può osservare nel grafico sottostante (fig. 3), le specie di squalo a rischio sono più della metà e, della restante fetta, solo il 13% delle specie non risulta, se non in minima parte, minacciata; delle restanti specie non si dispongono di dati a sufficienza per poter stabilirne la condizione.

IUCN Mediterraneo
Figura 3: Grafico che riporta le stime della IUCN circa la condizione degli squali nel Mediterraneo.

Questa drammatica situazione rispecchia lo stato di salute, fortemente danneggiato, del Mediterraneo. Ma, sebbene la gravità del quadro sia ormai evidente, non esiste ancora nel Mare Nostrum un programma di monitoraggio degli squali appropriato.

Quali sono le attività umane che minacciano questi incompresi predatori?

La principale minaccia è sicuramente l’attività di pesca eccessiva. In genere gli squali non sono il target dei pescatori ma sono vittime di catture accidentali (fig. 4), ossia vengono pescati involontariamente insieme alle specie bersaglio, indipendentemente dal fatto che vengano messi o no sul mercato.

Bycatch squali
Figura 4Esemplare di squalo martello rimasto imbrigliato accidentalmente in una rete.

Tra gli attrezzi da pesca maggiormente responsabili della cattura di questi animali nel Mediterraneo si annoverano (fig. 5):

1) le reti a strascico, sia pelagiche che di fondo. In Italia sono 74 le specie di squali pescate con questo strumento e tra questi sono considerati diverse specie di palombi (Mustelus spp.), il gattuccio (Scyliorhinus canicula), il sagrì nero (Etmopterus spinax) e il boccanera (Galeus melastomus);

2) i palangari, strumenti impiegati per la pesca di pesci molto pregiati come il tonno e il pesce spada, sono responsabili della cattura accidentale di almeno 15 specie di squali e razze;

3) le reti a circuizione, che sono responsabili del 70% delle catture di grandi squali bianchi;

4) i tramagli e le reti a imbrocco, che costituiscono gli strumenti maggiormente utilizzati dalle flotte di pescherecci del Mediterraneo. In un recente studio sugli squali elefanti (Cetorhinus maximus) è risultato che circa il 30% delle catture di questi pesci sia dovuto a queste reti;

5) le reti derivanti. Vietate dall’Unione Europea e dall’ICCAT (The International Commission for the Conservation of Atlantic Tunas) rispettivamente nel 2002 e 2003, continuano a essere utilizzate illegalmente in ancora in molti paesi tra cui l’Italia.

palangaro                 reti a circuizione
                        rete a imbrocco      rete a strascico
Figura 5: Rappresentazione schematica di alcuni attrezzi responsabili della cattura accidentale di squali. In alto: a destra, disegno di un palangaro; a sinistra, esempio di rete a circuizione. In basso: asinistra, schema di una rete a imbrocco; a destra, disegno di una rete a strascico. 

Una buona parte degli squali pescati con questi attrezzi vengono scartati e rigettati in mare come rifiuti mentre altri vengono venduti. Tra i prodotti più conosciuti che possono essere ricavati da questi animali si ritrovano, ad esempio, le pinne (Fig. 6), impiegate nella cucina cinese per preparare la famosa zuppa di pinne di squali, servita in genere in occasioni speciali come banchetti e simbolo di salute e prestigio nella cultura cinese. Il “finning” (letteralmente “spinnamento”) è una pratica brutale che consiste nella rimozione delle pinne da squali, spesso ancora vivi, che vengono poi rigettati in mare e lasciati morire per dissanguamento o soffocamento.

Finning
Figura 6Enorme cumulo di pinne di squali, risultato dell’attività di “finning”.

Fortunatamente, nel 2018 è stato imposto dalle Commissione Generale per la Pesca in Mediterraneo (GFCM) l’obbligo di sbarcare gli squali con le pinne naturalmente attaccate al corpo. Questo divieto risolve i problemi delle normative precedenti, che risultavano più complicate da far rispettare.

In ogni caso, oltre alle pinne, tantissimi altri prodotti derivanti dagli squali possono essere ritrovati in commercio. L’olio del fegato di squali come lo spinarolo (Squalus acanthias), viene impiegato per il trattamento del cuoio e come abbronzante in Europa e negli Stai Uniti. La carne di squalo mako pinna corta (Isurus oxyrinchus) è venduta a caro prezzo nei mercati americani ed europei e viene impiegata in Asia per il sashimi. La pelle degli squali, estremamente abrasiva, viene usata in molti paesi per la produzione di prodotti in cuoio come valigie, scarpe e cinture. Dallo scheletro degli squali, che è fatto di cartilagine, infine, si possono ricavare diversi medicinali e prodotti alimentari. Ne è un esempio il natrium, un composto chimico estratto dalla cartilagine, che viene usato in Giappone come trattamento per i reumatismi.

Ma la pesca non è l’unica attività umana che danneggia questi animali.

Il turismo di massa e l’inquinamento rappresentano a loro volta una grave minaccia per gli squali perché provocano il degrado e la perdita di habitat costieri di vitale importanza per la crescita degli stadi giovanili di questi animali.

Il Mediterraneo, che viene trattato praticamente come una discarica, riceve ogni giorno enormi quantità di pesticidi, metalli pesanti, plastiche e tante altre sostanze. L’inquinamento delle acque interessa ovviamente anche gli squali poiché quest’ultimi, essendo predatori longevi, hanno la tendenza ad accumulare al loro interno alti livelli di inquinanti; sono state riscontrate, ad esempio, numerose concentrazioni di mercurio in numerosi squali nel Mediterraneo tra cui lo spinarolo e recenti studi hanno dimostrato la presenza di residui di pesticidi in specie come la verdesca (Prionace glauca) e il centroforo comune (Centrophorus granulosus).

Squalo plastica
Figura 7Come altri animali marini, anche gli squali possono rimanere intrappolati in rifiuti plastici. 

Ultimo ma non meno grave problema per questi organismi è il fenomeno della “pesca fantasma”: questa deriva dalla perdita o dall’abbandono di attrezzi da pesca in mare nei quali molti animali marini, inclusi appunto anche gli squali, finiscono intrappolati e muoiono. Poiché però è un fenomeno difficile da monitorare, scarseggiano i dati relativi all’impatto effettivo sulle varie specie di squalo.

CHI TRA UOMO E SQUALO DEVE, QUINDI, TEMERE L’ALTRO?

Ogni anno più di 100 milioni di squali nel Mediterraneo muoiono a causa dell’uomo. Un numero enorme rispetto a quello degli attacchi di squalo, riportati ogni anno nei database dell’ISAF e del MEDSAF, che arrivano a malapena a un centinaio. Bisogna, quindi, scrollarsi di dosso qualsiasi pregiudizio riguardo questi animali e farsi un esame di coscienza.


Cosa si può fare per proteggerli ed evitare la loro scomparsa?

Teoricamente, gli squali nel Mediterraneo sono tutelati da un ampio quadro normativo. In pratica però, come riportato in questo articolo, la maggior parte delle specie sono minacciate e a rischio d’estinzione.

WWF squali
Figura 8: Locandina del WWFper l’evento Cinema in BioMa: "Safesharks & Sharks Tale".

Nel 2019 il WWF Italia ha lanciato il progetto SafeSharks che ha lo scopo di colmare la mancanza di informazioni sugli squali e le loro minacce. Il progetto, inoltre, ha come obiettivo secondario quello di educare e sensibilizzare pescatori, autorità e consumatori che necessitano di sapere perché gli squali sono così importanti per il Mediterraneo e quali sono le normative in vigore per proteggerli. Si consiglia, ad esempio, ai singoli cittadini di evitare di comprare prodotti di bellezza che contengono squalene o souvenir che contengono parti di squalo come i denti e di mangiare solo pesce pescato in maniera sostenibile.

La conservazione di questi animali necessita, quindi, il coinvolgimento di tutti: dai pescatori, che dovranno sviluppare strategie di pesca sostenibili, modificando ad esempio alcuni attrezzi per ridurre le catture accidentali, ai cittadini-consumatori, che dovranno essere sensibilizzati e responsabilizzati; dagli scienziati, che dovranno impegnarsi ad acquisire sempre più dati sulle varie specie per eseguire un adeguato monitoraggio, alle autorità, che dovranno far rispettare le normative vigenti nei vari paesi.


BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:


- www.biologiamarina.eu
- www.wwf.it
- www.floridamuseum.ufl.edu
- www.essereanimali.org
- www.squali.com
- Abdulla, A. Status and conservation of sharks in the Mediterranean sea. 2004. IUCN Techinical Paper. Pgs: 7.
- WWF Report 2019. Squali in crisi nel Mediterraneo: misure urgenti per salvarli.
Letto 616 volte Ultima modifica il Venerdì, 25 Giugno 2021 14:27
Marta Izzo

Biologa Marina

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