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Lunedì, 08 Marzo 2021 18:23

Cold water corals: i coralli di acque profonde In evidenza

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Molto spesso quando si sente parlare di coralli bianchi è in riferimento al “bleaching”, ossia il fenomeno dello sbiancamento dei coralli durante il quale, a seguito di un aumento della temperatura dell’acqua, i polipi di questi animali perdono le proprie alghe simbionti (note come “zooxantelle”) e sono, quindi, destinati a morire di fame. La stretta relazione che esiste tra i polipi del corallo e queste alghe, infatti, fa sì che l’animale dal punto di vista della nutrizione dipenda completamente (o quasi) da questi microscopici organismi fotosintetici. Si parla in questo caso di “simbiosi mutualistica” poiché entrambi gli organismi traggono vantaggio dalla loro interazione: i coralli forniscono alle alghe protezione e, in cambio, ricevono cibo.


Esempio di sbiancamento di un corallo

Figura 1: Esempio evidente di sbiancamento di un corallo.

Esistono però dei coralli (in inglese definiti “cold water corals”) che sono normalmente bianchi perché, vivendo in acque buie e fredde, non ospitano al loro interno organismi fotosintetici.

Ecologia e biologia dei coralli bianchi profondi

Nonostante rappresentino una buona parte delle specie di coralli conosciuti, si sa ancora ben poco circa la loro ecologia e biologia e questo perché vivono a elevate profondità e, di conseguenza, sono difficili da raggiungere. Si trovano negli oceani di tutto il mondo, generalmente sui bordi della piattaforma continentale e sulle montagne sottomarine, ad un range di profondità che va dai 200 ai 1500 metri.

Per poter sopravvivere e riprodursi, questi organismi hanno bisogno di condizioni ambientali specifiche: richiedono, ad esempio, una superficie dura su cui potersi attaccare (che può essere una roccia oppure un frammento di un corallo morto, ad esempio) ma soprattutto necessitano della presenza di una forte corrente permanente attraverso la quale possono rifornirsi di cibo, provvedere alla dispersione di uova, sperma e larve ed eliminare i prodotti di scarto del metabolismo.

La scoperta dei cold water corals

L’esistenza di coralli profondi è stata per la prima volta documentata nel 1755. Durante il XIX secolo le conoscenze di questi animali derivavano essenzialmente dai rinvenimenti di frammenti di esemplari durante le attività di dragaggio dei fondali marini; solo a partire dagli anni sessanta dello scorso secolo, con lo sviluppo tecnologico dei sonar e la diffusione dei batiscafi, i ricercatori riuscirono a raggiungere le maggiori profondità e, in questo modo, si poté iniziare ad acquisire maggiori informazioni circa l’ecologia di questi organismi. Negli anni ottanta poi, l’invenzione dei sottomarini a comando remoto (detti anche ROV, ossia Remotely Operated Vehicle) ha facilitato ulteriormente il lavoro dei biologi marini e ha fornito, infatti, una spinta considerevole alla conoscenza degli habitat di acque profonde e degli organismi associati.

RovVista del pilota ROV
Figura 2: A sinistra, ROV impiegato per un’attività di campionamento. A destra, vista del fondale marino dalla prospettiva di un pilota di ROV.

I "cold water corals" si trovano anche nel Mediterraneo

 Diverse barriere coralline di acque profonde sono state individuate nel Mediterraneo. In queste formazioni le specie dominanti sono i coralli coloniali Lophelia pertusa e Madrepora oculata alle quali molto spesso è associato il corallo solitario Desmophyllum cristagalli.

Lophelia pertusa                                               Desmophyllum cristagalli
Figura 4: A sinistra, Desmophyllum cristagalli. A destra, colonia di Lophelia pertusa.

Nel 2014, ad esempio, durante una campagna oceanografica condotta dai ricercatori del Centro Ricerche Ambiente Marino dell’ENEA di Santa Teresa (La Spezia) e dalla Marina Militare, è stata scoperta una formazione di coralli bianchi vivi appartenenti alla specie Madrepora oculata alla profondità 560 metri nei fondali di Punta Mesco, nelle Cinque Terre. Negli anni precedenti, questi coralli erano stati trovati solo nello Ionio, nel Canale di Sicilia e nell’Adriatico meridionale.

Nonostante la presenza di diversi rami spezzati e numerosi fili di nylon dovuti alla pesca con i palangari, la colonia di Punta Mesco è apparsa in buono stato di salute e, per questo motivo, è stato richiesto lo sviluppo di una mappatura dell’intera area e di un piano di conservazione.


Le barriere coralline di acque profonde

Come i coralli di acque superficiali, anche alcuni dei coralli profondi formano barriere coralline, ossia quelle formazioni rocciose che sono costituite e si accrescono grazie alla sedimentazione degli scheletri calcarei dei coralli stessi. Altri coralli profondi invece, come ad esempio il madreporario Desmophyllum cristagalli, sono solitari ma possono comunque essere ritrovati spesso in associazione ad altri coralli.

Barriera corallina di acque profonde

Figura 3:
Esempio di barriera corallina di acque profonde
.

A differenza dei coralli tropicali e subtropicali però, i coralli bianchi profondi, come è già stato accennato in precedenza, non stabiliscono una relazione di simbiosi con le zooxantelle perché alle profondità a cui vivono la luce scarseggia o è assente e, di conseguenza, non consentirebbe alle alghe di poter svolgere la fotosintesi clorofilliana. Questi coralli, perciò, si nutrono catturando microscopici organismi e particelle di detrito presenti nell’acqua circostante.

Ma quali sono le principali minacce per questi coralli?

La pesca a strascico, durante la quale una grossa rete viene trascinata sul fondo del mare, è senza alcun dubbio la minaccia più diffusa per i reef di acque profonde. Durante uno studio condotto in Norvegia, ad esempio, si è stimato che circa un terzo delle barriere coralline profonde del paese sono state distrutte o seriamente danneggiate da questo tipo di pesca. L’osservazione grazie ai sommergibili e ai ROV di rimozioni complete di questi organismi in alcune aree, delle “cicatrici” presenti sul fondale legate al passaggio della rete e le catture frequenti di frammenti di alcuni esemplari di coralli bianchi profondi, rappresentano tutte evidenze dirette del danno che la pesca a strascico arreca ai reef profondi.

Esempio danno da strascico
Figura 5:
Evidenti segni del dei danni che la pesca a strascico causa alle barriere coralline di acque profonde.

La vulnerabilità di questi coralli è dovuta al fatto che sono molto fragili e facili da rompere; inoltre, come se non bastasse, crescono molto lentamente. Le barriere di coralli bianchi profondi, infatti, impiegano migliaia di anni ad accumularsi e un danno a queste formazioni potrebbe non essere mai recuperato. La demolizione dei reef profondi, poi, comporta ovviamente anche la distruzione delle comunità di animali ad essi associati e, in alcuni casi, la scomparsa di habitat essenziali per specie di interesse commerciale.

Perché, quindi, è importante la loro protezione?

Innanzitutto perché le barriere coralline di acque profonde, così come le barriere coralline tropicali, formano una complessa struttura tridimensionale nella quale molti animali possono trovare riparo. Infatti, la diversità di organismi che vive associata a queste formazioni coralline è comparabile a quella dei reef di acque superficiali ed è circa tre volte più elevata di quella dell’ambiente circostante. Per questo motivo, le barriere coralline di acque profonde possono essere definite come delle vere e proprie “oasi nel deserto”.

Inoltre, alcuni coralli profondi, come ad esempio Lophelia pertusa, formano delle colonie molto dense che funzionano come aree di nursery, ossia come aree di accrescimento, delle forme giovanili di molte specie di interesse commerciale come, per esempio, lo scorfano atlantico (Sebastes spp.). Distruggere questi reef comporterebbe, quindi, anche un enorme danno a livello economico nel settore della pesca stessa.

Data la loro fragilità e la loro importanza sia scientifica che commerciale, la Direttiva Europea Habitat annovera i coralli bianchi profondi tra gli habitat più vulnerabili ed è necessaria, di conseguenza, una loro individuazione e mappatura.

La ricerca di questi organismi nel Mare Nostrum deve quindi continuare ed essere sostenuta; infatti, con l’eccezione di Santa Maria di Leuca, in Italia non è stato ancora svolto un censimento vero e proprio. La mappatura sarà, di conseguenza, il primo passo per le attività di conservazione future che potranno essere effettuate, ad esempio, attraverso l’istituzione di Siti di Interesse Comunitario (SIC) o di zone di interdizione alla pesca.




BIIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA:

- Roberts, S. & Hirshfield, M. 2004. Deep-sea corals: out of sight, but no longer out of mind. Frontiers in Ecology and the Environment. 2(3): 123-130.

- Tursi, A., Mastrototaro, F., Mattarese, A., Maiorano, P., D’Onghia, G. 2004. Biodiversity of the white coral reefs in the Ionian sea (Central Mediterranean). Chemistry and Ecology. 20: 107-116.

https://blog.rinnovabili.it

https://www.corriere.it/scienze

https://www.greenme.it
Letto 320 volte Ultima modifica il Mercoledì, 07 Aprile 2021 18:28
Marta Izzo

Biologa Marina

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